[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=aE9E1qzC7tc[/youtube]Lanciano, servizio Tgmax 14 aprile 2015. La Cgil e la Fillea Cgil lanciano l’allarme sulla crisi del settore edile in Abruzzo, seconda regione d’Italia, dopo la Sicilia, a far registrare i dati più negativi: nel periodo pre-crisi i lavoratori con rapporto subordinato erano 52 mila, al 31 dicembre 2014 erano 23 mila, cui si sono aggiunte 17 mila partite Iva. La “perdita secca” di posti di lavoro è pari a 12 mila unità. I sindacati lanciano allora uno “sciopero alla rovescia”. A fronte di 1.700 ore di lavoro annue previste nel settore, inoltre, la media abruzzese è di 670 ore e questo, secondo le due sigle, potrebbe voler dire “che c’è ‘lavoro grigio’ o lavoro a tempo determinato per pochi mesi all’anno”. “C’è una crisi evidente delle imprese – hanno sottolineato in conferenza stampa i segretari regionali di Cgil e Fillea, Gianni Di Cesare e Silvio Amicucci – i dati stridono con il fatto che l’Abruzzo ha il cantiere più grande d’Europa per via della ricostruzione post terremoto del 2009. Come risolvere –si domandano i sindacati -. Innanzitutto prevedendo opere pubbliche, è la risposta”. Di Cesare e Amicucci denunciano, inoltre, il fatto che nelle aree del cratere non partono lavori, per 400 milioni di euro, i cui progetti sono stati approvati. “Significa che non ci sono i soldi – dicono ancora i sindacalisti -. La situazione è analoga nelle aree extra cratere sismico, per 122 milioni di euro”. Nell’area del cratere, 5.553 lavoratori, cioè più della metà di quelli impiegati, vengono da fuori regione. “Questo non possiamo impedirlo – aggiungono i sindacati – ma rivendichiamo la necessità di dare risposte alla manodopera edile abruzzese attualmente bloccata”.
“Torniamo all’antico con lo sciopero alla rovescia, indicando due punti – hanno annunciato Di Cesare e Amicucci – manifestazioni nelle zone abruzzesi dove ci sono opere che potrebbero partire ma sono bloccate dalla burocrazia e iniziative laddove ci sono nuclei di disoccupati edili che rivendicano il lavoro. Chiediamo – hanno concluso Di Cesare e Amicucci – solo e soltanto lavoro”.
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