[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=Utc7bCUwyBE[/youtube]Lanciano, servizio Tgmax 13 marzo 2015. Lo sfogo di Antonio, il custode, è sintomatico della fine ingloriosa del Mario Negri sud. Venerdì 13 marzo 2015, una data che resterà scolpita nella memoria della cinquantina di dipendenti rimasti in forze all’ex consorzio di Santa Maria Imbaro, costituito nel 1987, tra Istituto Mario Negri di Milano del noto prof. Silvio Garattini, Regione Abruzzo e Provincia di Chieti.
Il prefetto Fulvio Rocco de Marinis ha deciso la liquidazione dopo un breve periodo di commissariamento del prof. Luciano Fratocchi che non ha saputo trovare risposte a nessuna delle speranze di risanamento e rilancio. Una morte annunciata, purtroppo, dall’assenza della politica abruzzese tutta, che non ha saputo né, evidentemente, voluto adoperarsi a favore di un centro d’eccellenza della ricerca internazionale in campo biomedico e farmacologico, che per oltre cinque lustri ha prodotto, alle porte di Lanciano, ricerca scientifica tra la migliore per impact factor.
Escono alla spicciolata, dall’ingresso laterale, qualcuno con uno scatolone e pochi effetti personali, le lacrime che si fermano tra le ciglia, le parole che si strozzano in gola; molti non vogliono farsi riprendere dalle telecamere ma lo stato d’animo è lo stesso per tutti: incredulità e tanto dispiacere, non solo per aver perso il posto di lavoro ma soprattutto per il modo in cui è stato comunicato l’inizio della fase di liquidazione. Una email alle 12.57 per una riunione urgente alle 13.15: tutti a casa, badge annullati, nessuno può entrare se non con un permesso accordato dal collegio liquidatore nominato dal presidente del tribunale di Chieti, Carlo Fimiani, Valentina Loise e Giordano Albanese. Due settimane di tempo per fare l’inventario tra provette, reagenti, scrivanie, sedie e microscopi. E poi si vedrà.
A nulla è servita la tanto sbandierata trasformazione in Fondazione, con quote paritarie tra i tre soci per ridistribuire il debito pregresso ormai salito alla quota vertiginosa di 8 milioni di euro e cercare nuove fonti di finanziamento. A distanza di appena tre anni, la decisione presa nel 2012 sembra essersi rivelata un boomerang per gli stessi dipendenti, che paventano il rischio di non vedersi saldati gli arretrati di un anno e mezzo di stipendi e, forse, neppure il Tfr. Anche questa è la ricerca in Abruzzo.
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