C’è più violenza di quella che sappiamo.
Il tragico fatto di Fossacesia apre il dibattito sul disagio giovanile.
Don Angelo Giordano analizza al Tgmax la grammatica comportamentale e la fragilità dei modelli educativi moderni.
La drammatica notte di movida a Fossacesia Marina riaccende i riflettori sul disagio giovanile
e sulla necessità di un profondo patto educativo.
La vicenda, avvenuta domenica 9 agosto scorso, ha visto la tragica scomparsa di Diomede Barchiesi, cinquantenne intervenuto per placare una rissa scoppiata tra alcuni ragazzi, tra cui i suoi due figli minorenni, un sedicenne e una quindicenne. Colpito da un pugno sferrato da un diciottenne del posto, Barchiesi è caduto rovinosamente a terra. Ricoverato in coma profondo all’ospedale di Pescara e sottoposto a due interventi chirurgici, l’uomo non si è mai ripreso ed è deceduto cinque giorni dopo. Sul piano giudiziario le indagini sono in corso per chiarire l’esatta dinamica dell’accaduto: il sostituto procuratore di Lanciano ha affidato l’incarico per l’autopsia al professor Cristian D’Ovidio, chiamato ad accertare cause e concause della morte, a stabilire se si sia trattato di causa violenta da parte di terzi, a verificare se il decesso derivi direttamente dall’aggressione o dalla caduta e a valutare la compatibilità delle lesioni con la tipologia dei traumi subiti.
Partendo da questo doloroso contesto, la riflessione di Don Angelo Giordano, vicario della curia arcivescovile di Lanciano-Ortona e docente all’istituto “De Titta-Fermi”, popolato da circa 1500 studenti,
offre una chiave di lettura lucida e urgente.
Il dramma spinge a interrogarsi sulla “grammatica comportamentale” degli adolescenti di oggi, ovvero l’insieme di regole implicite, codici non scritti e schemi d’azione che guidano le interazioni, la comunicazione e il vivere sociale all’interno del gruppo. Questa grammatica funziona come una struttura invisibile che organizza il modo in cui ci muoviamo, ci relazioniamo e rispondiamo agli stimoli.
Oggi, nel mondo adolescenziale, questa struttura invisibile appare profondamente alterata.
L’assimilazione acritica di codici aggressivi, spesso mutuati dalla musica trap e dai contesti digitali, spinge i ragazzi a esibire spavalderia e a risolvere i conflitti attraverso la forza fisica.
Spesso si tratta di studenti tranquilli nella quotidianità,
i quali però reagiscono con durezza e arroganza non appena si sentono interpellati da codici distorti di rispetto, dove l’onore si misura con la sopraffazione, i giovani scambiano la brutalità per forza, ignorando le conseguenze reali dei propri atti.
Come sottolinea lo stesso docente, nell’analizzare l’atteggiamento dei ragazzi, «se si ragiona solo con la brutalità, la forza fisica e se questo è l’unico parametro con il quale relazionarsi con il mondo e con la società», è evidente che una simile impostazione finisce inevitabilmente per generare situazioni incontrollabili.
Il nodo cruciale risiede nella totale assenza di percezione del rischio:
i giovani faticano a comprendere le conseguenze reali delle proprie azioni, trattando la violenza come se si trovassero all’interno di un videogioco privo di reali ripercussioni.
La realtà di Lanciano restituisce un quadro preoccupante, in cui episodi di violenza accadono con una frequenza superiore a quella che emerge sulle cronache locali. Lo dimostrano situazioni vissute in prima persona da Don Angelo, come quando, di ritorno a tarda sera da una gita scolastica, al terminal degli autobus una cinquantina di giovani adunati attorno a un gruppo che si stava picchiando, prima che l’arrivo delle forze dell’ordine, probabilmente allertate dai residenti, inducesse tutti alla fuga. A questi episodi si aggiungono vicende gravi balzate alle cronache locali grazie alla denuncia di un genitore, come il brutale pestaggio di un ragazzino da parte del branco al Parco Villa delle Rose, avvenuto davanti agli sguardi attoniti dei presenti e interrotto solo grazie al coraggioso intervento di un paio di adulti.
Di fronte a questa deriva culturale, il mondo adulto rischia di trovarsi disarmato. Genitori e insegnanti, spesso limitati a una reazione di rimprovero ancorata ai ricordi del passato, mancano di strumenti pedagogici e comunicativi adeguati per fronteggiare la situazione. Come evidenzia Don Angelo riflettendo sulle difficoltà degli adulti,
«noi adulti non siamo preparati,
perché molto spesso la nostra unica modalità d’azione è quella di rimproverare, di dire “ai nostri tempi i ragazzi non si permettevano di fare così”».
La sfida educativa, pertanto, non è più rinviabile:
occorre chiedere aiuto agli specialisti, fare rete e ristabilire argini normativi capaci di insegnare ai giovani il valore del limite, dell’ascolto e della responsabilità condivisa.
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