Nuova udienza il 26 febbraio, l’accusa è di istigazione o aiuto al suicidio.
Si è aperto davanti alla Corte d’Assise di Perugia il processo per la morte di Andrea Prospero, lo studente lancianese di informatica trovato senza vita il 29 gennaio 2025, in un bed and breakfast del capoluogo umbro.
Al centro dell’udienza, la volontà del diciottenne romano accusato di istigazione o aiuto al suicidio di percorrere la strada del patteggiamento.
Nonostante non sia stata ancora depositata un’istanza formale, la difesa ha ottenuto un rinvio al prossimo 26 febbraio per dialogare con la Procura. Un tentativo che segue il “no” del gip dello scorso ottobre, che aveva rigettato una precedente proposta ritenendo la pena di 2 anni e mezzo troppo bassa rispetto alla gravità dei fatti.
Il dolore della famiglia
In aula era presente il padre di Andrea, assieme alla madre dello sfortunato ragazzo e al fratello Matteo e alla sorella gemella, Anna. Con dignità ha ribadito la posizione della famiglia:
“Non chiediamo vendetta, ma una vera giustizia. Vorremmo sapere la verità su quanto accaduto”.
Parole che pesano come macigni, mentre i legali di parte civile, Francesco Mangano e Carlo Pacelli, sottolineano come il rito del giudizio immediato confermi un quadro probatorio solido a carico dell’imputato.
Il ruolo delle chat
L’inchiesta ha svelato un retroscena inquietante: Andrea e il suo interlocutore non si erano mai visti, comunicando solo tramite i nickname di Telegram. Secondo l’accusa, il giovane romano avrebbe fornito consigli determinanti, indicando i farmaci necessari per compiere l’estremo gesto.
Ora la palla passa alla Procura e alla Corte per valutare se esista un margine per una pena che sia, finalmente, ritenuta congrua.

