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“Torno libero”, la lettera del sindaco di Casacanditella Giuseppe D’Angelo

ottobre 20
19:18 2017

Giuseppe D’Angelo, sindaco di Casacanditella (Chieti)

“Dopo 23 giorni di INGIUSTA detenzione domiciliare torno libero”. Il sindaco di Casacanditella (Chieti), Giuseppe D’Angelo, invia una lettera aperta su quanto accaduto e annuncia: non mi dimetto.

D’Angelo era stato arrestato a fine settembre scorso, nell’ambito dell’inchiesta Master List della procura di Avezzano, in merito a tangenti e gare truccate nella pubblica amministrazione.

Al Tgmax l’avvocato difensore Antonio Luciani, sindaco di Francavilla al Mare (Chieti), annunciava dopo pochi giorni l’estraneità ai fatti del suo assistito.



La lettera 

In questi 23 giorni ho perso mia moglie dopo una lunga malattia, ho perso o meglio è stata limitata la mia libertà senza un vero e reale motivo. Qualcuno già mi vedeva “a sfogliare i tramonti in prigione”, come il protagonista di una canzone di De Andrè.

Torno libero, ma mi è stata applicata la misura dell’interdizione per un anno dallo svolgimento di qualsiasi pubblica funzione o servizio, il che mi precluderebbe l’esercizio della carica di Sindaco. Dico mi precluderebbe in quanto l’art. 289 cpp vieta l’applicazione della predetta misura “agli uffici elettivi ricoperti per diretta investitura popolare”, quale appunto quello di primo cittadino. Si chiama divisione dei poteri, per cui il potere giudiziario non può vietare l’esercizio del potere esecutivo a chi è stato DEMOCRATICAMENTE eletto dal popolo. Tale fondamentale principio dello Stato di diritto risale al 1600, a Montesquieu ed è rimasto immutato nel corso dei secoli. Evidentemente qualcuno lo ha dimenticato o, peggio ancora, finge di dimenticarlo.

La Procura della Repubblica di Avezzano mirava e mira alle mie dimissioni.

In sede di interrogatorio, allorché i miei legali facevano notare al GIP che la Procura avrebbe fatto meglio ad interrogarmi prima di richiedere gli arresti domiciliari, mancava poco che il P.M. abbandonasse l’aula; ha asserito che era offeso che qualcuno avesse fatto osservazioni sul suo operato in pubblico, che i miei legali erano riusciti a metterlo di traverso fino al giorno della morte, che non vi era un obbligo giuridico di disporre l’interrogatorio ma che vi erano dei doveri morali e deontologici per gli avvocati di fare una buona difesa per i propri assistiti.

Intanto sono stato recluso con l’infamante accusa di aver percepito circa 10.000 euro di tangenti, accusa da subito sgretolatasi avendo dimostrato che il danaro non l’ho né percepito né mai è transitato per le mie mani: era stato direttamente consegnato a diversi Comitati di Casancanditella per opere in favore della collettività o per il tendone per la serata di beneficenza per la piccola Noemi.

Le accuse addebitatemi erano e restano illazioni, i veri fatti sono stati ampiamente dimostrati con prove reali dai miei legali, Avv. Antonio LUCIANI e Avv. Marco DE MEROLIS, che pubblicamente ringrazio per il lavoro meticoloso che hanno svolto e per aver dimostrato da quale parte stia la verità.

Ora resta la “edificante immagine” che ho ereditato dalla vicenda; sono stato 23 giorni ai domiciliari perché avrei potuto reiterare il reato e aumentare la mia popolarità.

Ad accrescere la mia popolarità sono stati invece i giornalisti o meglio i “giornalai”, che mi hanno sbattuto per 5 giorni sulla prima pagina dei giornali descrivendomi come il “deus ex machina” che gestiva e pilotava gli appalti.

Con un post su facebook il giornalista Gino DI TIZIO con intelligenza ha osservato:

“L’art 358 del codice di procedura penale stabilisce che il P.M. è obbligato a svolgere indagini a favore dell’indagato e che è anche suo compito specifico raccogliere elementi che possono scagionarlo; il Presidente della Regione Luciano D’Alfonso ne ha parlato pubblicamente in più occasioni, fino a sostenere che vuole laurearsi anche in legge per evidenziare questo particolare aspetto del codice, spesso e volentieri trascurato nei palazzi di giustizia. Lo si può capire, visto il suo passato da imputato, privato della sua libertà, costretto alle dimissioni da sindaco di Pescara, e poi assolto. La lingua batte dove il dente ancora duole. Giusto comunque che nella individuazione delle eventuali responsabilità per un fatto penale chi deve indagare lo faccia davvero a 360 gradi, quindi valutando anche eventuali prove a discarico, confrontandole con gli elementi di accusa. E’ un problema di civiltà che però non può essere ristretto solo ai pubblici ministeri ma deve riguardare anche il mondo a cui appartengo, cioè quello dei media, nel riportare i fatti di cronaca. Significa, detto in parole chiare, non equivocabili, che chi fa informazione non deve svolgere il ruolo di megafono dei pubblici ministeri o anche di polizia e carabinieri che conducono eventuali indagini. L’accertamento della verità possibile, cercando di avere a disposizione tutte le prove, pro e contro, è anche compito di chi fa giornalismo. Quindi la verifica delle “veline” che giungono dai vari palazzi deve sempre avvenire, nel rispetto dei sacrosanti diritti di ogni cittadino. Per i giornalisti non c’è un articolo di legge che lo impone, ma c’è un codice etico che dovrebbe sempre essere tenuto presente, in maniera da evitare che proprio dai media parta per il malcapitato una preventiva condanna alla gogna non prevista da nessun codice”.

Appunto è una questione di civiltà, di doveri morali, prima ancora che giuridici, che devono essere rispettati … e non solo dai giornalisti.

Lascio a voi, secondo coscienza, ogni giudizio.