Direzione distrettuale di Genova porta alla luce sofisticato sistema di comunicazioni illecite tra detenuti di alta sicurezza e l’esterno.
Tra i dodici istituti penitenziari perquisiti nella maxi operazione antimafia figura anche quello di Lanciano, in provincia di Chieti, nell’ambito di
un’inchiesta che ha coinvolto 31 indagati in tutta Italia.
L’indagine, partita nel 2021 su impulso del procuratore aggiunto Federico Manotti, ha scoperto una rete ramificata di comunicazioni clandestine che partivano dal carcere di Genova Marassi, in particolare dalla sezione di Alta sicurezza 3. Gli inquirenti hanno monitorato l’utilizzo di oltre 150 cellulari e 115 schede sim utilizzati da detenuti affiliati a cosche mafiose di primo piano.
Le perquisizioni hanno interessato i penitenziari di Fossano (Cuneo), Ivrea (Torino), Alessandria, Cuneo, Tolmezzo (Udine), Chiavari (Genova), La Spezia, Parma, San Gimignano (Siena), Lanciano (Chieti), Rossano (Cosenza) e Santa Maria Capua Vetere (Caserta).
A Villa Stanazzo, la casa circondariale lancianese, è stato nuovamente perquisito un detenuto ad alta sicurezza di origine calabrese,
già trovato in possesso di un cellulare quando era recluso in un altro penitenziario. Questa volta, però, gli agenti non hanno rinvenuto dispositivi nella sua cella.
Non si tratta comunque di un caso isolato: nel penitenziario frentano le perquisizioni sono all’ordine del giorno e i ritrovamenti si susseguono con preoccupante regolarità.
Venerdì scorso, in un’altra operazione della polizia penitenziaria di Lanciano, sono stati scoperti sette smartphone e due microcellulari a disposizione dei detenuti, nascosti nelle celle, nelle stanze comuni e persino dentro i congelatori.
I detenuti nascondono i dispositivi ovunque riescano a trovare un pertugio: in passato sono stati scoperti cellulari dentro le lavatrici e persino nei quadri elettrici enelle scatolette degli interruttori della luce.
Come a Genova, anche a Lanciano si è verificato il caso di telefonini occultati all’interno di palloni da calcio portati dai parenti dei carcerati. E non mancano i tentativi più sofisticati, con l’utilizzo di droni per far arrivare i dispositivi dall’esterno.
Un continuo assalto alle misure di sicurezza.
Per i detenuti di stampo mafioso, non si trattava solo di telefonate per rassicurare le famiglie. Dietro quelle conversazioni apparentemente innocue – “Mamma, sto bene” oppure le confidenze con il cappellano – si nascondevano in realtà “ambasciate”:
messaggi in codice, disposizioni operative, ordini per continuare a gestire traffici illeciti e controllare le organizzazioni criminali dall’interno delle celle.
I microtelefonini arrivavano attraverso canali collaudati: parenti compiacenti durante i colloqui, pacchi spediti dall’esterno, consegne in occasione delle visite. Le schede sim venivano attivate in negozi di telefonia del centro storico di Genova, intestate a cittadini stranieri inesistenti o ignari.
Tra gli indagati figura Ottavio Spada, 36 anni, legato al clan Spada di Ostia, arrestato nel 2018. Ma l’operazione ha colpito anche soggetti ritenuti affiliati alle cosche calabresi Morabito di Africo, Grande-Aracri di Cutro, Molè di Gioia Tauro e Gallico-Frisina di Palmi.
Le accuse, a vario titolo, sono pesanti: introduzione di dispositivi in carcere e ricettazione, aggravate dall’associazione mafiosa.
Ora i 31 indagati hanno venti giorni per chiedere di essere interrogati, dopodiché la procura valuterà la richiesta di rinvio a giudizio.
Non è la prima volta che episodi simili vengono alla luce. Nel 2024, sempre a Genova, gli agenti della polizia penitenziaria scoprirono un pallone da calcio imbottito di telefoni e droga lanciato dall’esterno.
I sindacati continuano a chiedere con forza la schermatura dei penitenziari, una battaglia che questa inchiesta rende ancora più urgente.

