Violenza minorile al Villa delle Rose, il racconto al Tgmax.
Le indagini sull’aggressione al quindicenne avvenuta il 28 febbraio scorso nel Parco Villa delle Rose, a Lanciano, sono avvolte dal massimo riserbo.
I Carabinieri, coordinati dal tenente colonnello Fabio Vittorini, hanno ultimato l’identificazione del gruppo di minori — tra i quattro e gli otto soggetti — grazie alle immagini della videosorveglianza e alle testimonianze raccolte.
Ma dietro la fredda cronaca giudiziaria, emerge il racconto di chi ha scelto di non restare a guardare.
Andrea (nome di fantasia) si trovava al parco per una passeggiata con la famiglia, quando la violenza è esplosa.
La sua testimonianza, affidata al Tgmax, è un atto d’accusa non solo contro gli aggressori, ma anche contro l’indifferenza che ha segnato quel sabato sera.
«Poteva finire male anche per noi», dice.
Mentre la politica locale si divide tra richieste di maggiore controllo del territorio e necessità di interventi sociali strutturati, emerge la voce di chi, quella sera, non si è voltato dall’altra parte.
Andrea ha affidato alla nostra redazione il racconto che squarcia il velo di indifferenza
che ha avvolto quell’episodio di violenza minorile.
Non è solo la cronaca di una aggressione, ma lo spaccato di una città che, davanti al branco, è rimasta in gran parte immobile.
«C’era un gruppo enorme di ragazzini e ragazzine sugli spalti», racconta Andrea,
mentre rivive per noi quei momenti concitati. «Stavamo passeggiando con la mia famiglia, più distanti, poi improvvisamente le urla. Un’ondata di giovani ha puntato un gabbiotto,
mentre le grida si facevano sempre più forti».
In quel momento la paura ha bloccato molti, ma non tutti. E all’improvviso,
«Mi sono ritrovato davanti a quei ragazzini, a dividerli.
Nella tensione c’è stato anche uno scontro fisico con un altro adulto; chi interviene sa che può succedere. Allora ho alzato la voce, ho cercato di far capire loro che
un simile atteggiamento non è umano».
L’intervento per far cessare l’aggressione al quindicenne, accerchiato dal gruppo, ha visto protagoniste pochissime persone, nonostante la presenza di molti testimoni sul posto.
«Come adulti che stavano a passeggio, nel Parco, siamo intervenuti in tre».
«Quando poi sono ritornato da mia moglie – prosegue Andrea – ho guardato le facce degli altri adulti ed erano indifferenti».
«Immobili lo sono stati anche i coetanei degli aggressori, lì presenti, che sarebbero potuti intervenire istantaneamente come noi.
Forse per paura», commenta Andrea, non lo hanno fatto.
La conclusione della testimonianza è una riflessione amara sulla pericolosità della situazione e sulla giovane età degli aggressori.
«E fortunatamente è andata bene – dice – perché voi sapete meglio di me che ragazzi della loro età, anche più piccoli, in giro vanno armati di coltellini», come spesso la cronaca ci racconta.
Andrea e gli altri due adulti intervenuti hanno rischiato,
«Poteva andare male anche a noi», ribadisce,
ma si è sentito in dovere di fare qualcosa, perché quei ragazzini, conclude,
«Hanno l’età di mio fratello».
Sulle indagini è sceso il silenzio, massimo riserbo e nessuna nota ufficiale dalla Procura minorile dell’Aquila.
Restano le parole di Andrea, che ha voluto restituirci la fotografia cruda di quel sabato sera: una violenza interrotta solo dal coraggio di tre passanti, in mezzo al silenzio e all’inerzia di molti.

