Nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, una vittima racconta l’aggressione con la tanica di benzina e la paura quotidiana.
“Si parla troppo, si fa poco. E noi restiamo sole”.
Cristina (nome di fantasia) sa cosa significa guardarsi le spalle ogni sera, camminare al buio stringendo la torcia del telefono come un’arma, dormire dietro la porta perché chi doveva proteggerti ha ancora le chiavi di casa.
Lo sa lei come lo sanno migliaia di donne in Italia: quando denunci, quando chiedi aiuto, quando trovi il coraggio di dire basta, spesso ti ritrovi comunque sola. Con la paura che ti accompagna ogni giorno, a ogni passo, a ogni rumore.
È un giorno come tanti altri nel ristorante dove lavora. Cristina è al telefono con il figlio maggiore, al bancone, quando avverte una presenza alle spalle. Si gira: è lui, l’ex marito. Sbatte una tanica sul piano di lavoro, è aperta, senza tappo.
“Hai finito di fare la z…”.
In quella manciata di secondi che separa la vita dalla morte, il pensiero è lucido e terribile:
“O mi dà fuoco o è acido”.
Conosce quella gelosia, quell’ossessione e sa che lui ha sempre con sé due o tre accendini, da accanito fumatore.
Chiude il telefono per proteggere il figlio dall’orrore e corre verso la cucina. Alle spalle, il rumore del liquido che cade a terra. Alcuni schizzi le raggiungono la schiena. “Chiamate qualcuno!”, urla mentre si rifugia in cucina dalla cuoca. Ma quando gridi aiuto sul posto di lavoro, quando la violenza irrompe anche lì, dove cerchi di mandare avanti comunque la tua vita, capisci che non c’è più nessun luogo sicuro.
L’uomo fugge dopo aver gettato benzina nel locale, danneggiando anche la collezione di CD originali all’ingresso. Il titolare, scivolando sulla benzina durante le pulizie, batte la testa: dieci giorni di ospedale. Nel trambusto, Cristina viene portata via dalla polizia per essere messa al sicuro e per sporgere denuncia, mentre gli altri puliscono i danni. Quindi, riceve una chiamata: è la moglie del titolare che piange e urla.
“Per colpa mia”, pensa Cristina,
perché le vittime si sentono sempre in colpa, anche quando sono loro a rischiare di morire.
Dopo l’aggressione, per tre giorni non esce di casa. Non va al lavoro, non fa la spesa e non fa uscire i figli. Dorme sul pavimento, dietro la porta. “Lui ha ancora le chiavi”, è il suo pensiero fisso. Solo quando arriva la notizia dell’arresto trova il coraggio di tornare alla sua vita.
“La casa la mando avanti solo io, ho bisogno di lavorare”, dice,
come milioni di donne che non possono permettersi di fermarsi, nemmeno dopo un trauma.
Da fine agosto a metà novembre, la vita sembra scorrere tranquilla, fino a quando arriva una notizia inaspettata: il giudice dispone gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e l’ex marito torna a casa della madre, a poche centinaia di metri da lei e dai loro figli.
“Non mi sento sicura”, dice Cristina con una voce che migliaia di donne riconoscerebbero. Se dovesse accadere di nuovo, si chiede,
“Quanto tempo può metterci il braccialetto a suonare e la polizia ad arrivare?”.
È la domanda che non trova risposta, quella che ti tiene sveglia la notte.
Ci sono decine di casi soltanto in Italia, anche recenti, in cui il braccialetto elettronico non ha funzionato o è stato manomesso senza far scattare l’allarme.
La storia è una come tante: vent’anni insieme, due figli, poi la separazione che lui non accetta. Iniziano le chiamate ossessive, i pedinamenti, gli insulti al telefono mentre lei serve i clienti. “Non riuscivo più a ricordarmi le comande, dovevo tornare in cucina due volte per farmi dire cosa dovevo portare al tavolo”.
La violenza psicologica ti cancella anche così, togliendoti la concentrazione, il sorriso, la dignità sul lavoro.
Fino a quando Cristina lo ha denunciato. Ma poi ha ritirato la querela: per il figlio piccolo che non voleva succedesse niente al padre, per dargli un’altra possibilità. “Oggi me ne pento”, dice. “Non avrei mai dovuto fare la remissione”. Quante donne potrebbero ripetere queste parole? Quante hanno creduto nelle promesse, nelle lacrime, nei cambiamenti mai avvenuti?
Ora ogni sera Cristina percorre lo stesso tragitto a piedi, scarsamente illuminato o al buio totale.
“Lui lo conosce, mi ha seguita in passato. Ma non posso cambiarlo”.
Non può modificare gli orari, è lei la responsabile dell’apertura e della chiusura del ristorante.
Non hai paura? “Mi affido solamente a Dio”, risponde. Come se la sicurezza delle donne dovesse essere questione di fede, non di diritti.
Il centro antiviolenza le ha offerto supporto. Lei ha rifiutato: “Non voglio che mi si tocchino i miei figli”, è il timore di perdere anche loro. “Il momento più difficile”, prosegue, “è stato dire al figlio piccolo che il padre era stato arrestato per quell’episodio al locale”. Anche i figli delle vittime soffrono, crescono con un peso più grande di loro: l’amore per un genitore e la condanna per i suoi gesti.
Oggi è la Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Cristina ha le idee chiare: “Credo che si parli troppo e che si faccia poco. Avrei tanto desiderio di partecipare a qualche manifestazione, di andare tra la gente e urlare il dolore che proviamo noi, donne vittime di stalking e di atti persecutori”.
Urlare il dolore. Non più sussurrarlo dietro porte chiuse, non più nasconderlo dietro sorrisi forzati ai clienti del ristorante. Urlarlo perché qualcuno finalmente ascolti davvero.
“Si dice sempre denunciate, denunciate”, ripete Cristina,
“ma poi si è lasciati da soli. Ed è pesante. È giusto che una donna venga protetta. Io posso raccontarlo, ma ci sono tante donne che non possono più farlo”.
Quelle donne sono lei, siamo noi. Quelle che camminano al buio stringendo la torcia del telefono, quelle che dormono dietro la porta, quelle che sorridono ai clienti mentre il terrore le divora dentro. Quelle che aspettano che il braccialetto elettronico suoni, sperando che la polizia arrivi in tempo. Quelle che hanno imparato a convivere con la paura come compagna quotidiana.
Nel giorno in cui il mondo dice no alla violenza contro le donne, Cristina ci ricorda che le parole non bastano. Servono protezione reale, percorsi sicuri, risposte veloci, giustizia che non ti lasci sola a poche centinaia di metri dal tuo aggressore.
Serve che qualcuno ascolti quel dolore che lei vorrebbe urlare, e che la tenga davvero al sicuro.

